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Paul Beatty, quando lo schiavista è nero

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Da un sobborgo disconosciuto dalle Autorità, da una fattoria che sembra collassata nel tempo, proviene Bonbon, “per caso” schiavista, di fatto nero.

Chiamato a giudizio alla Corte Suprema degli Stati Uniti per essere giudicato di reati come schiavitù e segregazione (verso un altro nero), il ribaltamento di quello che normalmente ci appare in film, libri, serie Tv e nei libri di storia, si completa nella graduale apparizione dell’ambiente in cui vive, che varia dalla sua fattoria alla scuola alla quale non sono ammessi bambini bianchi.

In Lo schiavista di Paul Beatty, anche l’humor è spesso nero, in un gioco che coinvolge in una preziosa satira quanto mai attuale l’esterno (l’America) e l’interno della Corte Suprema. Senza fare sconti a qualcuno, fornendoci tramite gli occhi e i sensi del protagonista, tutta una gamma caleidoscopica di emozioni e punti di vista che contribuisce spesso a non dire, dicendolo, come si sta da neri in un mondo in mano ai bianchi.

Nel suo mondo però, quello del distretto Dickens, lo schiavista è lui, e ci tiene che sia anche rintracciabile da chi passa da lì. Non c’è vergogna, anzi c’è quasi sfacciataggine, una mostra, un’esibizione di unicità. Un mondo al contrario, che serve a pensare sulle facce del mondo nel quale viviamo realmente.

L’autore, afroamericano, non esita a ironizzare anche su luoghi comuni e aspetti attribuiti spesso come esclusiva dei neri, da quel mondo bianco che fa delle differenze di colore ancora un tema seriamente tragico da essere riportato “per scherzo” in un libro.

La pregevole satira infatti fa sembrare quasi tutto un gioco immaginario di cui poter ridere consci che non può esistere, ma l’impressione è che l’autore prenda dannatamente e giustamente tutto sul serio. Così come il Man Booker Prize 2016.

 

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