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Daniele Luchetti, non solo regia

L’occasione di una visita ad un corso di critica cinematografica, fà gli studenti intervistatori.

In una sorta di conferenza stampa il regista Luchetti ha risposto alle domande dei corsisti nella cornice del Museo di Storia Naturale della Maremma di Grosseto, il 25 marzo 2016.

Iniziando a mo’ di chiaccherata, ci introduce con qualche passo sulla sua formazione, e ci dice: La possibilità di accedere a strumentazioni e pratica era più difficile “ricordo che quando avevo già deciso di fare questo mestiere e andavo all’università, leggevo l’importanza del montaggio, ma non sapevo che fosse una cosa costruita a posteriori. Importante è stato frequentare una scuola di cinema. C’erano le sceneggiature pubblicate, ma era scritto desunto dal montato e non dall’originale.

Dei suoi film che ci hanno colpito di più, c’è “Anni felici”. sappiamo che è basato su elementi autobiografici… Quando uno è spettatore quello che colpisce è la distanza o vicinanza al film?

Non so se sono riuscito a calcolare una distanza, ho amici scrittori e scrittrici. Più c’è distacco dall’opera più riesci a giudicare quello che fai in maniera più oggettiva, tipo lo spettatore.

Ho cercato di creare una geografia emotiva che fosse generata ex novo, chi guarda se ne dovrebbe fregiare e creare un’esperienza narrativa del tutto sua. Ho utilizzato le mie esperienze per rendere credibili alcune scene di alcuni film. Philip Roth dice che all’Università trova due generi, storie d’amore tra prof e studenti e ricordi d’infanzia: mi sono infilato in un cliché.

Perché il 1974?

Per non esser troppo verso il 78. Il 74 è un anno particolare per cinema italiano e internazionale, non intaccato dal terrorismo.

Come capisce che c’è qualcuno migliore di altri tra gli attori?

Ce ne sono alcuni che hanno iniziato con me, altri che sono spariti nel nulla. Agisco di istinto, alcuni ti divertono, in genere quelli che ti viene la voglia di rivederli sono quelli bravi. Come capita con libri che rileggi, film che riguardi.

Elio Germano per esempio ha molti punti di forza e molti punti deboli… serve conoscerlo, si prepara molto, fa molte proposte, dà più di quello che ti aspetti, si trasforma, disponibile, pero può andare oltre, dà molto nei primi ciak e poi diventa fasullo, se lo stanchi nelle prove ecc quando giri può darsi sia tardi per chiedergli il massimo. Scamarcio il contrario.

Per aumentare la credibilità le scene di affetto a volte dovevano somigliar a quelle di colluttazione e viceversa, in un abbraccio le indicazioni per gli attori sono quelle della lotta e così, per la lotta, quelle dell’incontro.

Qualsiasi storia che fai, cerchi sempre un meccanismo al quale il pubblico aderisca. Identificazione, compassione, ammirazione. Il Neorealismo era visto da popolo borghese, non dai più poveri ritratti nei cinema. Poi ci sono film che ne suscitano tutti e tre.

All’epoca i bambini si dimeticavano anche ad ascoltare i grandi, mi è toccato fare il regista per aver anche lo stesso tipo di eccitazione da grande.

Avevo scritto in librone una serie di appunti con storie della mia famiglia, metà vero e metà no. A volte provavamo a scrivere la storia poi cancellavamo anche varianti fantasiose. Reinventammo la serie di aneddoti con un filone romanzesco, nacque un plot, dei pinti fermi e la sceneggiatura è nata da questo collage.

Molte volte quello che succede te lo accorgi in fase di montaggio, non sempre sei ricettivo e percettivo sul sentimento dell’attore.

Come si chiude un film?

I finali sono un gran casino, se tu esci contento il film ha successo, se esci perplesso il film ha fallito. Sul finale di “Mio fratello è figlio unico” improvvisammo, riprendendo il ragazzino. Non era programmato.

La scena della mosca, è finita con il bruciare il gruppo elettronico, ma il girato era ok quindi andammo non tagliammo.

Preferisco i finali cinematografici a quelli drammaturgici. Quello che raccoglie tutti i fili e poi ti dà la ciliegina. Il drammaturgico è derivato prettamente dalla sceneggiatura. In genere nell’opera c’è l’overture che riassume, ecco a me piace anche ci sia al cinema.

Questo non vuol dire che i drammaturgici siano brutti e i cinematografici no. Relazioni pericolose è comunque bello, e Shining uguale.

Uno studio americano sostiene che i film con finali aperti danno 50 in meno di quello chiusi. Molto cinema europeo fa finali nei primi minuti del film. Quando c’è una domanda a e una b, la risposta c è la più adatta come finale.

Registi preferiti?

Non saprei. Matteo Garrone mi piace molto, plasma un cinema originale. È riuscito a capire che tornando a un genere riesce tutto meglio. Gomorra è stile Crime con cinema verità.

Altri cinema che mi piacciono molto sono quello de ‘Il profeta’ e il danese C. Mjer. Tarantino, poi, l’ho visto tre volte in due giorni.

Quando ho fatto il film in Argentina ho riscoperto le basi sul colore. La palette di colori diventava la guida. Trovavo che nel cinema italiano ci siamo dimenticati dell’uso del colore e della composizione fotografica. Fino un certo punto era abitudine (Visconti de Sica, Rossellini – I soliti ignoti) e poi ci siamo dimenticati. È arrivato il momento di darci di nuovo attenzione. C’era anche una federazione di direttori della dl fotografia che faceva scuola.

Rapporti tra cinema e libri?

Prendiamo I piccoli maestri: sembra abbia fatto quel film per compiacere lo scrittore. In quel film non ero libero, c’era la sua versione. Con ‘mio fratello è figlio unico’ uguale, poi ho interrotto la comunicazione. “mi hai rovinato il libro” è il commento dello scrittore…. la moglie almeno non era d’accordo.

Differenza tra cinema al femminile e maschile?

Per una donna è più difficile, a un certo punto rinunciano, come se gli ostacoli diventassero troppo grandi, come fosse contro-natura.

Ad un certo punto scatta un gioco di forza con produttori ecc per il quale alcuni soccombono. La Comencini si distingue, la manderei indietro nel tempo per combattere fascisti e nazisti.

Il direttore del festival di Cannes ogni anno deve fare una conferenza stampa per esplicare il suo dispiacere per la poca partecipazione femminile. Forse ha a che vedere con la struttura del lavoro, dell’esercizio del potere che è più forte e maschile nel cinema.

l passaggio da opera prima a opera seconda, da cosa dipende?

Il primo fu un caso a 27 anni ero a Cannes, devi avere un qualche tipo di successo.

Influenze della produzione?

Per “Arriva la bufera” vado con Cecchi Gori, arrivavo da una serie di film comunque dove si dibatte e si litiga sulle scelte. Con Cecchi Gori mi dissi che con tanti soldi potevo fare quello che mi pareva.

Nel cinema, come da tutte le parti, è come in Boris, regna l’aria cialtronesca, c’è chi non legge ecc, magari ci fosse chi ti fa le pulci a volte.

Per il film su Papa Francesco ho litigato con produttore in maniera furibonda. Cosa strana che io abbia fatto un film sul Papa. Non ho avuto contatti col pontefice, le uniche collaborazioni che ho avuto, sono stati contatti con fonti vicine a lui e familiari. La versione cinematografica è più corta rispetto alla televisiva.

La produzione mi ha influenzato nel fare una cosa televisiva. E lì mi hanno lasciato fare, tutto molto artigianale, senza particolari contributi.

Linguaggio serie tv influisce sul linguaggio del cinema?

La differenza sta nella durata, le serie si estinguono più lentamente, invece il film si conclude in breve.

Perché se con una serie non mi stanco e coi film si? Un po’ la differenza che sta tra i caselli italiani e francesi, se sai che qualcosa finisce prima hai più gusto nell’andare avanti, con cose più lunghe meno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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