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Attualità, Internet

Tutto molto esperienziale

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Quello che a volte rimane appuntato su un foglio o su una bacheca per settimane non è solo una ricetta o un appuntamento medico, ma anche una riflessione, spicca tra tutte quella proposta da Roberto Cotroneo sul numero 49 di SETTE (l’inserto che esce il venerdì col Corriere della Sera) del 5 dicembre 2014.

Lo stesso giorno il testo del suo articolo esce anche sul suo blog “Blowin’ In The Web” col titolo – diverso dall’edizione cartacea – “Per favore: mai dire esperienziale!“.

Il titolo dell’edizione cartacea è ben più dissacrante, ma completo: “I sali da bagno? Come la strada di Santiago” e subito sotto:

Nessuno è più capace di fare percorsi esperienziali, semmai può procedere su un tapis roulant che dà l’illusione di camminare lasciandosi sempre nello stesso punto

Cotroneo ci pone davanti ad una triste, ma veritiera constatazione che per chi proprio non la trovi di proprio gradimento rimane ovviamente opinabile e come tutte le tesi non condivisibile.

Partendo da una esperienza personale si è accorto di come nel tempo sia cambiato (“grazie” a noi) il concetto di esperienza. La colpa è sicuramente anche di come accediamo alla conoscenza ed alla conseguente esperienza, complice Internet ed i suoi limiti, colpevole perché ha portato alla ricerca dell’esperienza attraverso un metodo falsamente encicolpedico e non attraverso alutazioni più complesse fatte di più (e diversi) fattori.

Dove “ieri” si effettuava un serio percorso proseguendo nel quale avevamo anche un certo bagaglio completo accomulabile, oggi quella che chiamiamo esperienza assomiglia più ad una apparizione, un evento quasi fine a se stesso. R. Cotroneo definisce i percorsi esperienziali “epifanie improvvise” dove le emozioni non sono più il risultato ultimo e il grandioso appagamento, ma la condizione necessaria per il gioco esperienziale dopo il quale forse uno, se può, riesce a capire il motivo dell’emozione vissuta comunque in maniera spesso scollegata dalle altre.

Si viaggia, si prova, senza il tempo per la conoscenza e l’approfondimento, attraverso flash disuniti senza toccare la sostanza vera delle cose. Anche la ricerca (anche la più banale) annulla biblioteche e cammini appunto esperienziali tramite i quali avere ottiche e visioni d’insieme ampie, e passa per tags, keyword, con la necessità di trovare esperienze nuove, dice Cotroneo, che non sono esperienze, “perché sono a termine, scadono come gli alimenti, e lasciano il tempo che trovano.”

La parte finale dell’articolo redatto dallo scrittore afferma che per esperienza si intende più una possibilità quasi dionisiaca di raggiungere un piacere lontano dalla nostra routine quotidiana, a differenza dell’esperienzialità/procedura di crescita di “ieri”. Oggi trasformata appunto in “droga emotiva” processo di stupefazione che deve essere sostanzialmente quasi sempre alimentato da nuove esperienze visto il deserto, l’insoddisfazione e l’incomprensione che arrivano appena una monodose di esperienza è terminata.

Concludendo con la frase che rimane bene impressa sotto al titolo dell’articolo (riportata all’inizio) ribadisce l’illusione e la vacuità di quello che talvolta oggi si scambia troppo spesso per esperienza, che ci abbaglia in un profondo oceano del sapere sempre meno scandagliato con metodo. Esperienze e percorsi esperienziali che consideriamo e viviamo sempre troppo spesso come “finite” piuttosto che come bagagli o elementi con i quali poter/dover convivere sempre ed a pieno.

Una analisi schietta e che si rifà anche ad alcune analisi sociologiche e di mercato (non a caso Cotroneo cita il marketing che da una ventina di anni ha esaltato questi “percorsi esperienziali”), e ci riporta alla consumazione quasi compulsiva, veloce, in formato snack, arruffata e arruffona di prodotti sì alimentari, ma anche audiovisivi. Talvolta non c’è più l’attesa della messa in onda/in sala di una serie tv o di un film, saltata completamente dalla visione/fruizione del prodotto anche su formati portatili che, anche nei confronti del cinema, annullano del tutto le caratteristiche dello spettacolo vissuto in sala, esaltando forse la personalizzazione e la singolarità della fruizione, ma snaturandone la magia.

Esperienze, percorsi esperienziali e quindi anche prodotti, vissuti troppo facilmente e velocemente davvero come dosi, come qualcosa che poi magari viene rimpiazzato quasi inevitabilmente da altro tanta è la sete che genera ed alimenta il bisogno.

Caro Cotroneo, hai ragione.

Ed è quando l’esperienza/percorso esperienziale non è più solo “vissuto” come viaggio, week-end, uscita al cinema, ricerca o altro ma lo si crede anche accomunabile ad una persona, che assume i suoi contorni più insipidi; con l’interazione di altre dinamiche umane è l’esaltazione della dimostrazione di quello che l’uomo può saper fare, di assolutamente distruttivo, con le cose.

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